Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.
Molto assente dal mio classico giro di blog-amicizie in questi giorni...
Sto frequentando gente pericolosa...
Questo blog sta per cambiare nome per raggiunto scopo del nome vecchio: valutare fino a che punto sono "bizzoco".
Beh... ho scoperto di essere piuttosto un "cattolico protestante". Peggio! Cito un messaggio da me ricevuto, da un cristiano cattolico, duro e puro, che spada in resta si appresta ad affrontare gli infedeli invasori musulmani e, sotto sotto, spera che il papa sia assassinato nel suo viaggio in Turchia: "Ma ormai sappiamo che i peggiori nemici dei cristiani sono i personaggi come te".
«Ha fatto bene il nostro presidente Napolitano ad aprire un dialogo a livello istituzionale sull’eutanasia, dopo l’appello rivoltogli recentemente da un malato terminale? Se ne sostenessimo le ragioni, saremmo costretti edonisticamente ad affermare che la fede è inutile nella ricerca del valore della vita. Viceversa io, da cattolica apostolica romana, vorrei invitare i nichilisti che la pensano così a guardare, invece, alla vita come a una scelta orientata in senso religioso. «Di fatto, il valore della vita, a mio parere, dipende dalla capacità di seguire i percorsi esistenziali che ci indica la nostra fede. Senza dimenticare che una delle fatiche più grandi dell’esistenza sta nel riconoscere che questo nostro cammino terreno è solo temporaneo e che, d’altra parte, non disponiamo in tutto e per tutto di quella vita che ci è stata affidata in dono».
Lettera firmata
Quando si trova di fronte alla morte, sull’ultima soglia, l’uomo, qualunque uomo, si scopre nudo e debole. Il dolore spaventa chiunque. Perfino Gesù Cristo, pur rimettendosi alla volontà del Padre, lo pregò affinché gli risparmiasse la prova della croce, avvertendo, lui Figlio di Dio, tutto il peso della carne umana. Questo sarebbe l’atto più umano, misericordioso, amorevole e ragionevole: investire tutte le nostre energie – denaro e ingegno – per alleviare il dolore, senza accanimenti terapeutici, ma senza mai sostituirci a Dio. E chi non possiede il dono della fede? Per chi è convinto che quella terrena sia l’unica vita e Dio non esista, le cose cambiano. Può ritenere insopportabile una vita «non degna», ossia fortemente menomata, e quindi esigere il diritto di essere aiutato a togliersela. In realtà, anche senza appellarsi alla fede, l’eutanasia resta comunque un subdolo inganno. Chi e come deciderà quando una vita non è abbastanza «degna» di essere vissuta? Ma soprattutto, chi chiede di essere soppresso è sempre una persona affondata nella solitudine, a cui la malattia ha intaccato non solo il corpo, ma anche l’anima. L’eutanasia è una terribile scorciatoia: in Gran Bretagna, ad esempio, l’associazione «Dignitas» – quanta tragica, involontaria ironia in questo nome – ha chiesto alla Suprema Corte il suicidio assistito anche per i depressi. Nell’ottobre scorso abbiamo parlato della vicenda dell’ex calciatore Pessotto. Depresso, tenta il suicidio ma viene salvato, e oggi ringrazia i suoi salvatori. Dove sarebbe adesso se, nel momento di maggior dolore e debolezza, avesse potuto chiedere e ottenere la dolce morte di Stato?
(dalle Lettere al Direttore del Messaggero di S. Antonio)
«A interessarmi più di tutto, oggi, è la situazione in cui si trova l’Italia riguardo alla “immigrazione-invasione”. Quello che sta succedendo mi fa paura. Temo per i nostri figli e nipoti futuri, che si troveranno a vivere in un’Italia priva di identità e di valori cristiani. So per certo che Gesù ha predicato l’amore, ma so anche che l’ospite deve adeguarsi alle leggi di chi lo accoglie. Inoltre c’è da dire che gli immigrati non cercano l’integrazione nella nostra società, ma restano saldamente ancorati alle loro tradizioni. Vivo male questi anni carichi di problemi, e in ogni sbarco di clandestini vedo dei nemici che minacciano la stabilità del nostro Paese».
Lettera firmata
La sua preoccupazione è quella di tanti altri italiani. Ma se fossimo tutti vittime di una sorta di illusione ottica? Gli immigrati che delinquono, assaltano le ville, o gestiscono il traffico delle prostitute-schiave o lo spaccio degli stupefacenti, salendo ai disonori della cronaca sono molto più visibili di quelli – e sono la larga maggioranza – giunti tra noi per sfuggire alla povertà estrema, per dare un futuro alle proprie famiglie e svolgere mestieri che gli italiani rifiutano, come quello di operaio e muratore, oppure di badante, visto che tanti nostri anziani sono costretti a vivere soli. Qualcosa di simile accadde, ad esempio, negli Usa tra Ottocento e Novecento. Migliaia di italiani sbarcavano a New York. La maggioranza si mise duramente al lavoro, contribuendo al benessere proprio e della nazione americana. Alcuni si misero invece a delinquere, allo stesso modo di immigrati di altra provenienza. Italiani tutti mafiosi? La sola idea ci offende… Occorre, come lei ben dice, che gli immigrati, nel pretendere rispetto, a loro volta rispettino le leggi, la cultura, la religione del Paese che li ospita. Ed è quanto accade, per fortuna, in innumerevoli circostanze. Questi immigrati, i cui figli sono cittadini italiani a tutti gli effetti, nati in Italia, possono essere i primi alleati nell’impegno a isolare i pochi facinorosi che gettano fango anche sugli onesti e laboriosi.
Quanto a noi, ci viene chiesto di aprire bene gli occhi e non restare vittime dell’illusione ottica. E, da credenti, di testimoniare fino in fondo, con generosità, il valore cristiano dell’accoglienza: «Ero forestiero, e mi avete ospitato» (Mt 25,35).
(dalle Lettere al direttore del Messaggero di S. Antonio)