Il Cattolico Protestante

Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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Blogger: Anto74
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Porto gli occhiali, ma non i baffi... Sono un cattolico praticante, tanto praticante che qualche mio caro amico mi da del "bizzoco", cioè di colui che accetta acriticamente le verità di fede che la Chiesa Cattolica propone. Sarà vero? Su questo blog inserirò "pensieri sparsi": quello che penso su tutti gli argomenti, senza ordine, senza un criterio, senza scalette. Soprattutto senza sentire il bisogno di essere letto a tutti i costi come mi sembra accada alla grande maggioranza dei blogger, ma con la voglia di condividere i miei "pensieri sparsi" con coloro cui capiterà di leggerli. E vorrò vedere se sono davvero bizzoco...

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lunedì, 30 aprile 2007

Paradossi.

Il bene non si impone, si sceglie. E imporre il bene vuol dire fare il male.


(Frulla e rifrulla per la testa, da qualche ora...)


postato da: Anto74 alle ore aprile 30, 2007 13:13 | link | commenti (15)
categorie: deliri, il male
mercoledì, 18 aprile 2007

Ti regalerò una rosa

Dal Corriere della Sera di oggi.


AVERSA (Caserta) — Il letto dove dormiva Salvatore è una delle sei brandine gialle nella cella in fondo al corridoio al primo piano della staccata. Ora non ci dorme nessuno, non c’è più nemmeno il materasso. Qualche giorno fa Salvatore a quella brandina ci ha annodato un pezzo di lenzuolo, quando ha deciso di uscirsene da qui a piedi avanti. E ci è riuscito. Perché non è vero che quando uno si impicca è la forza di gravità che fa stringere il nodo scorsoio e spezzare l’osso del collo. Può essere pure la forza di volontà. Salvatore quella forza l’ha avuta. Un capo del lenzuolo annodato alla branda, l’altro alla gola. E poi un tuffo in avanti. Solo che così non finisce in un attimo. Ci vuole tempo per morire in questo modo. Salvatore respirava ancora quando i sorveglianti lo hanno visto e hanno aperto la porta della cella.











 IL PRANZO Una scodella in mano, alcuni dei trecento reclusi dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa si mettono in fila per il pranzo (New Foto Sud)

IL PRANZO Una scodella in mano, alcuni dei trecento reclusi dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa si mettono in fila per il pranzo (New Foto Sud)


Era pazzo Salvatore. Pazzo criminale. È inutile cercare altre parole quando la vita di quelli come lui è lasciata scorrere senza speranza in un posto che si chiama ospedale — ospedale psichiatrico giudiziario — ma che alla fine non è diverso da un manicomio. Salvatore era uno dei trecento reclusi dell’Opg di Aversa — che ne potrebbe ospitare al massimo 170 — dove negli ultimi mesi ci sono stati tre suicidi e due morti per Aids. La sezione dove stava lui la chiamano la staccata, perché è separata dal resto dell’istituto e ci stanno quelli messi peggio. L’ultima stanza dell’ultimo piano è anche l’ultimo stadio dell’incubo: due metri per quattro con tre letti uno accanto all’altro. Letti speciali, ai lati i ganci per le cinghie, al centro un buco. Chi perde il controllo e non si calma nemmeno con i farmaci finisce là sopra. Resta immobilizzato finché il medico non dà l’ok a tirarlo giù. Se gli scoppia la pancia la fa attraverso quel buco, se ha un dolore alla schiena o un prurito sulla fronte se li tiene.

Il deputato di Rifondazione Francesco Caruso viene spesso a vedere come vanno le cose qui dentro. Ha fatto interpellanze al Guardasigilli Clemente Mastella, sta cercando di portare la commissione Affari sociali a fare ispezioni ad Aversa e negli altri cinque ospedali come questo che esistono in Italia, punta a una legge che chiuda definitivamente gli Opg.

Accompagnarlo significa passarsi in rassegna la stanza dove è morto Salvatore e la staccata e gli altri reparti e l’infermeria, e spulciare il registro dove sono annotate le contenzioni. L’ultima è toccata a Giampiero, che ha tentato di ammazzarsi quando ha capito che la ragazza di cui è innamorato non avrebbe mai risposto alle sue lettere. Lo hanno tenuto lì un paio di giorni. Adesso ne parla quasi come se non ci fosse stato lui legato su quel letto infame: «E che dovevano fare? Non mi calmavo con niente. Ora no, ora sto meglio, ora sono tranquillo». Gli trema appena la palpebra, mentre racconta, ma è normale. Non è mica davvero tranquillo, Giampiero. Non lo è lui e non lo sono gli altri reclusi. Solo che la maggior parte non sono nemmeno più socialmente pericolosi. Su negli uffici è pieno di relazioni positive firmate dagli psichiatri del centro. Il direttore Adolfo Ferraro ha quantificato nel 60 per cento dei detenuti quelli che potrebbero uscire se ci fossero fuori strutture adatte ad accoglierli e curarli. Ma le Asl non sono in grado di occuparsene, oppure non vogliono. E comunque un recluso in Opg costa 600 euro all’anno, fuori ne costerebbe circa ventimila. E così pure a pena scontata, spesso al giudice di sorveglianza non resta altro che applicare la proroga della reclusione. Lo chiamano ergastolo bianco, nessuno sa quando finirà.











 NELLE STANZE Un malato si riposa su un letto dell’ospedale; le stanze non sono state ammodernate, i muri sono scrostati, mancano i soldi per i restauri

NELLE STANZE Un malato si riposa su un letto dell’ospedale; le stanze non sono state ammodernate, i muri sono scrostati, mancano i soldi per i restauri


Alla staccata c’è uno che si chiama Luigi, ha una quarantina d’anni, lo chiusero qui che era giovanissimo perché al suo paese dava fastidio alle ragazze e menava i ragazzi. Non se ne è mai più andato. Non si ricorda nemmeno più quale era il suo paese e non sa quanto tempo ha passato qui dentro. Il suo compagno di cella, un toscano che prima di arrivare ad Aversa ha girato una decina di carceri e un paio di Opg, lo tratta come un fratello, una volta se l’è portato pure fuori in permesso. Luigi non chiede quando uscirà un’altra volta, non chiede se uscirà mai. Chiede solo le sigarette, è capace di consumarne una con quattro o cinque boccate. Fuma e basta, Luigi.

Peppino invece no, lui vuole andarsene. Ha 42 anni e ne dimostra almeno dieci in più. Indossa un vestito grigio con il panciotto e le scarpe bianche. Corre in cella a prendere la sentenza di proroga della detenzione e se la rigira tra le mani. Dice: «Io a Roma ho la mia casa, le mie cose, il mio lavoro. Ho pure un poco di soldini in banca». Chissà che troverebbe di tutto questo, se ci tornasse davvero a Roma. Sta qui da tredici anni, da quando lo presero ubriaco mentre faceva a pezzi un telefono della stazione Termini. Tredici anni per un danneggiamento.

Rinaldo invece ha ucciso, ma adesso ha 81 anni e vorrebbe andarsene a morire a casa sua a Frosinone. È l’unico che sta in cella da solo, «perché qui sono tutti pazzi e scemi e io con i pazzi e gli scemi non ci voglio stare». Poi va a prendere una sagoma di cartone a forma di violino e dice: «Vedi, sono un liutaio, mica sono uno qualsiasi, io».











 FOTO D’EPOCA Un paziente dell’allora manicomio criminale di Aversa subisce un elettrochoc. A sinistra, un malato psichiatrico nel cortile (Contrasto)

FOTO D’EPOCA Un paziente dell’allora manicomio criminale di Aversa subisce un elettrochoc. A sinistra, un malato psichiatrico nel cortile (Contrasto)


Ognuno in questo manicomio ha a suo modo una storia straordinaria da raccontare. Storie di assassini disperati, ladri disperati, rissaioli disperati. Comunque storie di disperati. E nel momento del passeggio nel cortile della staccata — un posto che trent’anni fa chiamavano «lo zoo» — quelle storie ti assalgono tutte insieme. Giuseppe chiede aiuto perché ha un avvocato che si è dimenticato di lui, Anselmo perché «a me mi ha condannato un giudice russo, ma io non ce l’ho con la Russia», Giovanni perché vuole andare in comunità e perché non ha nemmeno le scarpe e nessun parente e nessun dente e non si capisce neanche tanto bene quello che dice. Poi però sì, che si capisce: «Peggio delle bestie», ripete ossessivamente, e si comprende anche perché dica così. «Peggio delle bestie», insiste Giovanni, e si avvia di corsa verso i gabinetti in fondo al cortile. Ecco che intendeva: cumuli di feci sul pavimento, piscio dappertutto, mosche, una puzza che manco a dirlo. Toglie l’unica illusione Giovanni, con quella sua voce che si perde nel naso e nella bocca vuota. Sembrava almeno un posto pulito l’Opg di Aversa. Invece fa pure schifo.


Fulvio Bufi

18 aprile 2007

postato da: Anto74 alle ore aprile 18, 2007 10:18 | link | commenti
categorie:
martedì, 03 aprile 2007

Se relativismo deve essere...

Si parlava di una ragazzina dodicenne che, filmata, praticava sesso orale con altri ragazzi, nascosta in un garage.


Giovanni: "Dove siamo finiti?".


Antonio: "Le spezzerei le gambe!".


Valeria: "Se fossi padre di uno dei ragazzi, sai che paliatone!".


Ho chiesto: "Se non c'è stata violenza da parte dei ragazzi... perché parlate così? Che c'è di male in un pompino?".


Meraviglia nell'uditorio.


Antonio (il piccolo... perché io sono un pò chiatto... lui è un grissino): "Ma come? Proprio tu! Parli cosi?".


Antonio (me medesimo... quello grande): "Non eri proprio tu che dicevi che la mia libertà finisce dove inizia la tua? Ecco, ammesso che non ci sia violenza e ammesso che la ragazzina abbia prestato il consenso anche alla ripresina, in cosa la ragazzina ha leso la libertà altrui, la tua, quella di suo padre, quella del giornalista di cui leggiamo l'articolo? Se relativismo deve essere, relativismo sia".


Valeria: "Antonio! Non ti riconosco proprio! Ma ti rendi conto che abbiamo proprio perso il senso del pudore! Che i ragazzi non attraversano più quella splendida fase di conoscenza di sé durante l'adolescenza? Ti rendi conto che dovremmo insegnare a questi ragazzi che il sesso è si splendido ma occorre andarci incontro con responsabilità e coscienza?".


Antonio (me medesimo... quello chiattoncello): "Belle parole! Accendi la TV, apri i giornali, sfoglia i settimanali e guarda il sesso come viene presentato, poi torna e raccontami se la dodicenne non è frutto ovvio di quanto gli hanno insegnato gli adulti, da quelli prima di noi a noi che lo siamo appena diventati".


Giovanni: "Beh... ma che c'entra? La ragazzina non è matura né biologicamente né psicologicamente per fare certe schifezze".


Antonio (me medesimo... sempre quello grande): "Perché parli di "schifezze"? Il sesso è bellissimo, l'hai sempre detto pure tu con me, aggiungendo, senza trovarmi d'accordo, che più libero è da preconcetti, pregiudizi, problematiche procreative, è più bello è! Mò perché stai a chiamare certe cose "schifezze"? Biologicamente, poi, che vuol dire? Biologicamente le ragazzine di dodici anni sono anche pronte a portare avanti una gravidanza! Psicologicamente, poi, perché mai? Non eri tu a definire il sesso come un ottimo svago? Forse che una ragazzina non possa svagarsi con il più sano e divertente divertimento che esiste? Se i ragazzi si divertono, che c'entrano biologia e psicologia? Tutto sommato, ancora una volta, se relativismo deve essere, relativismo sia!".


postato da: Anto74 alle ore aprile 03, 2007 08:04 | link | commenti (11)
categorie: amore, relativismi