Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.
Liberamente scopiazzato da un riflessivissimo buffone d'inizio anno.
Mentre mi riprendevo dai bagordi delle feste, mi sono improvvisamente reso conto che c'è gente che di mestiere fa il boia. Del tipo: "che lavoro fai?" "il boia." Questo mi renderà il 2007 più brutto di quello che poteva essere. E sì che ci sta pure un bel 2 come prima cifra, dovremmo vivere in un meraviglioso futuro con auto volanti, pistole laser, insediamenti su marte, innesti di memoria artificiale nel cervello...
Invece abbiamo i boia.
'Abbiamo tolto il cuneo fiscale per sostituirlo col cetriolo contributivo'".
(Fiorello, 9 ottobre 2006, VivaRadio2 su RaiDue)
Dalla rubrica "L'amaca", di Michele Serra, su Repubblica di Martedi 19 Settembre 2006.
Se la libertà di opinione e di parola è davvero uno dei princìpi fondamentali sui quali si regge la baracca della nostra democrazia, allora siamo seriamente nei pasticci. Ho letto, sull’incidente tra Ratzinger e l’Islam, quasi tutto il leggibile, ma al netto di ogni distinguo su cautela e incautela, su tattiche e strategie del dialogo interreligioso, la questione della libertà di parola rimane: grossa come una casa, pesante come un macigno. Detesto i giudizi all’ingrosso sui musulmani come su qualunque altra espressione della cultura umana, ma non riesco a capire come sia possibile immaginare un futuro che escluda l’Islam dal novero delle culture criticabili.
Questo – non altri – è il punto dolente, il nocciolo infocato della questione. È importante non offendere, è importante conoscere, è importante capire, ma se il margine della possibilità di critica e di discussione è così esiguo che si rischia ad ogni passo di urtare una suscettibilità fondata sull’indiscutibilità del Libro, il rischio è ammutolire per paura o – ed è forse peggio – per convenienza. Bisognerà porsi seriamente il problema, cercare delle soluzioni, prendere delle decisioni. E soprattutto non illudersi che le scuse di oggi, o le retromarce di dopodomani, servano a sciogliere un nodo che, in certi momenti, stringe alla gola.
Attenzione! Questo è un post lungo e noioso, con uno scoglio iniziale! Questo post riporta, prima che delle mie inutili riflessioni, uno stralcio piuttosto lungo della Lectio del papa.
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Siamo alle solite! Il malvezzo di estrapolare frasi da un contesto, una lectio all'Università di Regensburg, ambiente talmente familiare a papa Benedetto XVI da fargli commettere, a mio avviso, una piccolissima leggerezza facendo apparire ambiguo un passo del suo discorso.
E si scatena la caciara! E si fa il gioco di chi il dialogo non solo non lo vuole, ma non sa neppure dove abiti! E di mezzo ci vanno i milioni di musulmani che non vogliono altro che vivere e lavorare in pace adorando Allah al venerdì, mentre al sabato lasciano tranquillamente adorare Jahvè agli ebrei e alla domenica lasciano serenamente ai cristiani la possibilità di adorare il mistero della Trinità.
Credo ci sia proporzionalità inversa tra il livello di livore espresso nelle dichiarazioni sentite e lette in questi giorni e il livello di effettiva conoscenza delle parole pronunciate da papa Ratzinger in Germania. Per non essere tra quelli che leggono poco (niente) e si arrabbiano molto, ho deciso di leggere la lectio e sono andato a leggerla sul sito del Vaticano.
Dunque. Il papa è all'Università di Regensburg dove teneva lezioni a cavallo tra gli anni '50 e gli anni '60. Ricorda i vecchi tempi andati e l'ambiente che si respirava in quei luoghi, fa delle riflessioni sulla diversità di specializzazioni che spesso ci rendono incapaci di comunicare tra di noi e sull'universalità del lavoro che si compie in quegli ambienti, iniziando a parlare della coesione interiore nel cosmo della ragione.
Quindi il papa fa delle premesse che riporto in toto.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihÄd, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco che ci stupisce, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „συÌ€ν λÏŒγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria. A questo puntosi apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?
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Cominciamo da questa frase: “Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema”.
Ma tu guarda un pò! La citazione che fa non è completamente argomento della Lectio (incentrata su un particolare aspetto del tema del rapporto tra fede e ragione) e, soprattutto, è mero punto di partenza per delle sue riflessioni.
Nulla di definitivo.
Nulla di realmente suo.
Niente altro che un punto di partenza.
Anche se la domanda, dopo le espressioni di rammarico di domenica scorsa, è: "Santità, cosa pensa lei dell'Islam?".
A questo punto, però, se proprio papa Ratzinger ha detto questa gran boiata, potevano pure, tutti in coro, fare una bella pernacchiona e sbugiardarlo testi in una mano, tradizioni islamiche nell’altra, rispondendo con parole alle parole, aiutando il blasfemo Benedetto XVI nella sua riflessione e suggerendo a quel vecchietto qualche lettura interessante.
Ma invece certi musulmani vivono in paesi caldi... lì si esce per strada a bruciare chiese, fantocci, bandiere... a fare tanti bei cortei...
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Passiamo poi alla vera citazione della discordia: Rileggetevi la frase: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".
Il papa mette in evidenza una contraddizione coranica.
Prima Maometto ritiene ingiustificata la costrizione nelle cose della fede, poi, in aperta antitesi, definisce il concetto di jihad. Se per il primo concetto riporta direttamente la sunna del corano, per il secondo riporta la citazione dell'imperatore bizantino Manuele II il paleologo, non esitando a definirla "pesante".
Per un musulmano questa è una evidente offesa a Maometto, definito portatore "soltanto delle cose cattive e disumane".
Il fatto che Benedetto XVI la citi e la adoperi senza contrappesi, se non un semplice definizione di "pesantezza" - che non è un termine oggettivamente critico - e con una blanda affermazione di frase presa a spunto per delle riflessioni - nella quale il concetto di Maometto potrebbe pure peggiorare -, la fa diventare in qualche modo condivisa dal santo padre.
E qui forse, ci sta la leggerezza: nel non mettere contrappesi ad una frase effettivamente pesante.
Purtroppo il papa non ha trovato il modo di citare le crociate, di moda fino ad appena due secoli prima: storico, chiaro e lampante esempio di guerra santa per giunta ingiustificata dai testi sacri cristiani come, per esempio, i vangeli.
Purtroppo il papa non ha riferito quale sia la sua personale opinione sull'islam, né a Regensburg, né domenica scorsa all'Angelus dove si è limitato a dichiararla una citazione che non corrisponde alla sua idea.
Purtroppo il papa ha dimenticato di santi della Santa Romana Chiesa che si sono macchiati di sangue per convertire gli infedeli. Esempi al volo... mutuati da blog che ne fanno esempi di virtù… Santo Stefano, re di Romania, eroe nazionale rumeno, alleato del sanguinario Vlad Tepes che tutti conosciamo come Dracula, santo ortodosso riconosciuto anche dai cristiani cattolici che ebbe il titolo di "atleta della fede" per via del vezzo di tagliare il braccio destro ai nemici.
Purtroppo il papa dimentica di citare, oltre alle crociate, le conversioni forzate in sudamerica che, insieme alle malattie portate sulle caravelle, hanno pressocché stroncato le popolazioni precolombiane.
Purtroppo il papa ha perso l'occasione di ricordare al mondo delle sante scuse che il suo santo predecessore, il venerdi santo dell'anno santo giubilare del 2000, rivolse alla storia per i crimini commessi e per il sangue sparso in nome di Cristo che ha versato il suo per redimere il mondo!
Esulava dal tema che affrontava. Certo. Per carità.
Ma se riesci a fare un riferimento alle cose "cattive e disumane" portate da Maometto, un riferimento ad altre macchie, proprio non c’entrava?
Il papa, purtroppo e a mio modesto, umile, ignobile, inutile avviso, ha commesso una leggerezza nello stilare un discorso.
Se la reazione è poi bruciare Chiese, uccidere suore, minacciare azioni terroristiche, sbracciarsi, sbraitare, invocare la fatwa ai danni del papa, chiedere scuse, non accettare rammarichi e chiedere di nuovo scuse, organizzare cortei, bruciare bandiere, appiccare fiamme a bandiere tedesche ed americane, pubblicare vignette satiriche (ma guarda un po’…), allora non c’è che dire, sono emerse le grandi contraddizioni di un mondo, quello musulmano che, nei fatti, del dialogo se ne sbatte.
"Il Vaticano predica la bontà…ma sotto questo slogan ha bruciato milioni di persone ... Con la nascita del Cristianesimo la ricerca scientifica ha subito un arresto" (Adolf Hitler).
L'onore di una persona si misura con il numero e con la qualità dei suoi nemici. Se Hitler sta di là, io son ben contento di stare di quà.
E tu? Da che parte stai?